VladyArt è un artista catanese attivo nelle arti urbane dalla metà degli anni 2000. Una laurea in decorazione presso l’Accademia delle Belle Arti di Brera di Milano e un trascorso di studio e lavoro in giro per l’Europa. E’ proprio attraverso le esperienze internazionali e la passione per l’esterno (land art, fotografia, pittura en plein air, natura ma anche bicicletta) che plasma la sua creatività, smarcandosi ben presto dalle consuete forme bidimensionali e dai linguaggi del graffitismo.

Oggi è collocabile nella street art più effimera, istallativa e d’intervento, con la quale cerca di sabotare e sovvertire le più comuni certezze visive adoperando un linguaggio essenziale ma quanto mai efficace.

Il tuo percorso è molto simile a quello di altri StreetArtist: una formazione classica in accademia poi l’approdo verso l’arte “non convenzionale”. Cosa ti ha spinto dalle gallerie di Brera alla strada?

Prima ancora avevo scelto l’istituto statale d’arte. Per quanto sia rischiosa la missione, ritengo che ognuno di noi dovrebbe solo studiare ciò che ama. Disegnavo molto bene da ragazzino, quindi scelsi una scuola dove disegnare fosse legale e non interpretato come una perdita di tempo. L’istituto statale d’arte era un’ottima scuola, con tantissimi laboratori pratici. Poi l’accademia. Anche qui, la scelta è stata dura ma inevitabile. Sentivo che l’accademia poteva essere l’unico piano di studi che avrei potuto finire senza sofferenza. Difatti fu molto bello e ne uscii con il massimo dei voti. non avrei potuto fare altro, purtroppo o per fortuna. Ti parlo di circa 15 anni fa; non era ancora consueto presentarsi al primo anno e dirsi artista di strada. Figuriamoci “artista urbano”! In Accademia si studiava e ci si applicava “in studio”, non direttamente “outdoor”. Molti studenti avevano poi una doppia vita, accademici di giorno e writers di notte ma non posso certo dire che fosse consueto, anzi. Dare una tesi in graffitismo era anche una mezza bestemmia. Oggi è diverso e so che mi hanno citato in diverse tesi; strano destino.
Vladyart quindi inizia come ricerca “post-accademica”, a studi terminati. Quello che mi ha spinto è davvero semplice, è la ragione che ha mosso un’intera generazione a non considerare l’arte convenzionale: la chiusura del mercato, l’impossibilità di esporre e l’inutilità di dipingere per nessuno, accumulando dozzine di tele e disegni destinati solo alla polvere. Io non appena ho potuto, ho portato i colori fuori di casa.

Come hai scoperto la street e quali artisti consideri i tuoi maestri spirituali? Nei tuoi primi passi in questo mondo sei partito dalle basi studiate in accademia o hai deciso da subito di sperimentare un tuo percorso personale?

Quando sentii per la prima volta il nome di Banksy, vivevo a Dublino. La BBC, il Daily Telegraph, The Guardian e tutta la stampa locale davano molto rilievo a questo hacker urbano. Ma il termine “street art” non esisteva o non lo conoscevo. Allo stesso modo, A Milano c’erano già i panettoni di Pao in giro ma non posso dire che vi fosse proprio una consapevolezza sul genere; si parlava solo di graffiti. Per troppi anni inoltre, Altavista (che girava su Netscape) non trovava nulla; era difficile approfondire temi di nicchia e controculturali. Per farla breve, ho iniziato a prescindere dagli stencil di Banksy e ancora prima di sapere che genere fosse quello che stavo mettendo in atto. In accademia studiai decorazione; non sorprende quindi che il mio primo approccio fu decorativo e applicato all’arredo urbano. Ho sperimentato sulla nuda roccia, sulla pietra, cambiando l’aspetto delle cose. Verso il 2010 avevo provato un po’ tutti i media del nostro campo, incluso il video o i gif animati.
Tutte le persone che incontriamo hanno una certa influenza. Un’artista che mi ha influenzato in una qualche misura è stato Elfo, ma devo ammettere che ero evidentemente già pronto ad una virata personale, altrimenti non avrei trovato d’interesse la sua ricerca. Che poi più delle sue cose, la vera influenza fu nel metodo e nello scambio di informazioni: quali siti tenere d’occhio, quali limiti investigare, quali artisti restava da conoscere. A lui sono grato, anche perché ha provato sincero piacere nel vedere il mio lavoro pubblicato le prime volte sui nostri siti di riferimento. Nel momento in cui scopri che molti dei migliori artisti non li trovi sulle pagine di Facebook, ti si apre un mondo. Scopri chi sono i pionieri dell’arte urbana e capisci a chi dare il giusto valore. Nel mio caso ho capito che provo estremo interesse verso tutti gli artisti che sfruttano lo spazio pubblico o la natura per la propria arte, quindi… i graffiti o la street art sono solo un’appendice di questo universo. Non posso fare lunghe liste ma tra arte urbana, street art e azioni sovversive, adoro l’operato di Akay, Harmen De Hoop, John Fekner.

Banksy a Bristol e Elfo a Brescia nascono negli anni 90′ come puri writer. Una prima esperienza da bomber con le rispettive crew per poi evolvere in qualcosa di più maturo e complesso. Qual è stato e qual è il tuo rapporto con il writing e la sua scena?

Questa conseguenza a catena è nota; è valida per molti ma non per tutti. Pensare che tutta l’arte urbana sia di provenienza graffiti writing è un limite. Il post-graffitismo è un cross-over di stili e generi, vecchi e nuovi. Nell’arte urbana ci sono anche elementi estranei ai graffiti. Le espressioni artistiche nello spazio pubblico esistevano anche prima che arrivasse l’onda hip hop dall’America. In Italia c’è chi faceva arte in strada negli anni 80/90, così in Europa e così in America. Ti ho citato anche altri nomi che nulla hanno a che fare con i “name-writing graffiti”; tecnicamente parlando, neppure Basquiat e Haring erano writers. è storia il loro rapporto di stima ma di equa distanza dai primi esponenti, come Taki 183 o Futura 2000. Lo spazio urbano apparteneva già a tanti concettualoidi: land artist, provos, fluxus, artisti di istallazioni e interventi… e a dire il vero, il sabotaggio o i paste up appartengono alla controcultura del mondo punk-anarchico: è così che sono nati i primi stencils o le fanzine. Specie all’epoca, tra punk e hip hop c’era una grossa distanza. Oggi i due mondi sembrano fusi in un blend molto speciale che ci avvolge. Piuttosto che affermare che “tutti eravano graffitari prima”, direi che tanti oggi stanno diventando artisti “convenzionali”, cioè più inclini alle sale espositive, al mixed media e dediti all’arte urbana “legale”. Detto questo, specifico che per me passa poca differenza: la nobiltà non sta solo da un lato. Io capisco il malinteso; chi viene da un lungo trascorso nei graffiti evolve la forma e il segno in qualcosa di più maturo e porta la propria arte in un livello successivo. è così che nasce il post-graffitismo, come trasformazione-astrazione dei segni derivanti dai graffiti writing. Ma io non sono un pittore, in me c’è poco disegno.
La questione graffiti crew/rap/hip hop è generazionale, più che questione di gusti: dal ’94/96 in poi tantissimi ragazzini si unirono in crew. Ma chi in quegli anni era già più adulto, già fuori dalle superiori, non è stato completamente inglobato. Chi dipinge in strada oggi ed è trentenne, è assai probabile che sia stato un writer; chi fa arte d’interventi in strada invece non è detto che sia passato dalle train yard. Sono tanti quelli che seguiamo a non provenire dai graffiti, non faccio nomi ma non è mistero. Molti si sono allontanati in modo irreparabile e se questo fosse un genere piuttosto che una palestra, non sarebbe successo. Aspettati da un’artista di strada un’apparenza low profile, per nulla simile ad un rapper, giusto per ammazzare un po’ di luoghi comuni. Ne ho visti abbastanza di ragazzi che senza inglese e senza conoscenze culturali, fanno gli americani. Ma se abiti nelle Cinque Terre che ci azzecca il Bronx.
Essere artisti e vivere il nostro tempo significa subire inevitabilmente il fascino/influenza dei graffiti: ci sono nomi eccezionali che ammiro per tecnica e visione. Ho toccato e riflettuto sul tema attraverso alcune opere e se io stesso oggi non resisto a fare bombing di adesivi (come quando con l’Uniposca taggavo tutto il quartiere) credo che sia imputabile alla cultura dei graffiti.

Nelle tue opere si nota un attento studio del territorio con interventi artistici in siti storici abbandonati. Interventi mirati in perfetto stile Street tra denuncia e dissacrazione. Da dove parte lo studio delle tue azioni artistiche e come le realizzi?

Gli interventi sono per loro natura site specific. I lavori invece, possono essere spalmati su qualsiasi superficie e applicati a ogni contesto. Per me, la street art dovrebbe essere quella che si nutre dello sfondo, quella che interagisce con il circondario. Altrimenti è pittura o illustrazione, che sta bene pure su di un foglio. Non sono un fondamentalista della metafora a tutti i costi: non puoi passare tutta la vita a trasformare copertoni in ciambelle, per dire. Questo è un’esercizio semplice e ne è piena la rete; ho quindi cercato di andare oltre. Poiché anche di decoro e di rigenerazione ci si annoia, dal 2011 circa ho smesso di inseguire l’abbellimento, mantenendo però l’attenzione sul degrado. Un ramo della mia produzione si chiama proprio Decay. Alcuni luoghi abbandonati hanno la classica poetica del decadimento, metafora del nostro fallimento. Ma non ho sempre cura e studio del luogo, perché adoro anche improvvisare. Quando posso mi reco in queste cattedrali dell’abbandono e mi guardo intorno, attraverso l’obiettivo. C’è da dire che la mia città è abbandono: io non devo proprio andare lontano. Ecco perché c’è una forte valenza politica ad operare qui. Ho scritto “è finita” a caratteri cubitali su una casetta mai finita, in campagna. Che mai può voler dire? tante cose. La metanarrativa, il paradosso. Assistiamo alla crisi della pubblicità, ai tanti manifesti bianchi, ai muri grigi, agli alberi tagliati. Reagire è il mio modo di fare politica. L’ironia e il sarcasmo aiutano la missione di persuasione. L’arte urbana è solo potenzialmente “per tutti”, nel senso che sta su un canale in chiaro, ma arrivare a tutti è utopia e forse sbagliato. Io evito espressioni locali o vernacolari perché non mi appartengono, tagliando fuori inevitabilmente molte persone.

Un rapporto direi conflittuale con l’utilizzo dei social e la loro sovraesposizione, penso a Misery per citarne solo uno. Cosa ne pensi dell’esplosione in questi anni di artisti figli della rete?

Il problema che evidenzio non è necessariamente il mio. Interpreto un sentimento condiviso, diffuso. Ho criticato nei miei interventi il sistema “mi piace” di Facebook, poi la fame di visibilità, d’esporre in galleria, poi la stupidità dei centri commerciali, infine l’uso dell’auto… ma questo non significa che come un’asceta io faccio a meno di tutto questo. Facebook è un esempio molto emblematico: ne conosciamo tutti i limiti e sappiamo i mostri che crea, ma lo usiamo. Per noi street artist è uno strumento utile, poiché tendiamo ad autopromuoverci e autoprodurci a basso costo. Io credo che il problema non sia nello strumento bensì nell’uso che se ne fa; nell’abuso, nell’aberrazione. Quando ho creato la mia pagina Facebook lo scorso Luglio, avevo centinaia di immagini da offrire (belle o brutte). Conosco diversi casi opposti, di artisti che “aprono” senza offrire contenuti visivi, pur chiedendoti il “mi piace”. Prima di costruire una campagna pubblicitaria, occorre avere il contenuto. Facebook è la pubblicità, ma il contenuto (l’arte) deve già esistere. Esistono poi entità, progetti e addirittura “collettivi” presenti solo su Facebook, nati dall’oggi al domani, senza collante e senza filosofia di base. Per molti aprire una pagina è come provare a definire la propria esistenza. Per lo stesso principio, c’è chi passa più tempo a promuoversi online che a creare arte in strada. Sembra quasi doveroso… ma onestamente è come corteggiare i giornalisti o coccolarsi i galleristi ad oltranza. Serve bilancio, specie nei panni di uno street artist. è evidente che tanti “figli della rete” ignorano le ragioni che hanno portato l’arte in strada; se ne fossero al corrente non inizierebbero una pagina che mira alla promozione/rappresentanza di artisti di strada “non emersi”. Non può esistere una struttura deputata a farlo, l’unico metodo per emergere è lavorare indipendentemente.
Io ho imparato da tempo a scindere “il più visibile” dal “più meritevole”. Intendo dire che ci sono validissimi artisti che non spingono la loro arte e sono poco o per nulla mediatici. Altri invece sono troppo presenti e si autopromuovono in continuazione. Troppi internauti poi ragionano con la logica “+ visto = + bravo”, ribloggando in automatico i contenuti più facili. Questo sistema fa in modo che nei festival del mondo ci siano sempre gli stessi nomi, perché generano più consensi/profitti. Lo spaccato culturale dell’arte urbana sarebbe molto ma molto più vasto, se lo si vuole conoscere oltre le solite logiche delle pagine di Facebook.

L’autosovraesposizione mediatica, attraverso immagini sia puramente fotografiche che documentative subito messe in rete, è anche alla base del concetto che esprimi con la tua ultima serie Analogical Watermark?

Per me Analogical Watermark è l’eterno conflitto tra analogico e digitale, tra vero e falso, tra arte e anti-arte, tra Street Art effimera e permanente, tra azioni sensate e altre insensate. A farmi riflettere su questo è stata una breve e recente recensione sul mio lavoro da parte del tedesco Urbanshit. Mi ripeto spesso in questi concetti. Analogical Watermark è un’azione, una provocazione: firmare le tue foto in modo analogico inserendo nel soggetto un film di plastica con la propria firma. Questo film è inscatolato e lo si può portare in giro, magari in vacanza. è logico che mi riferisco ai tanti che ancor prima di pensare al contenuto, curano la pubblicità. Ancora prima di creare stile, si intitolano photographers. Noi street artist siamo differenti nel senso che diamo in pasto alla rete tonnellate di idee e immagini senza mai avanzare rivendicazioni legali. Noi non mettiamo mai dei watermark, se non eccezionalmente. Questi lavori intangibili, queste provocazioni, sono le meno colte dal grosso pubblico. Ancora troppa gente intende l’arte come materia pittorica ed è così che intende anche la Street Art. Per me invece la Street è la scenografia di una Art più concettuale. Se inseguissi gli applausi non mi perderei in simili menate. Altro lavoro sul genere ma di poco appeal sul pubblico è stato “Diffusione analogica di un opera di street art“. Si tratta di una performance documentata fotograficamente. Ho stampato la foto di un mio lavoro e sono andato in bicicletta, come un postino, a imbucare questa immagine in diverse e casuali cassette della posta in un raggio di 10km da casa mia. Ecco, gesti del genere sono per alcuni eccezionali e unici, per altri invece non sono neppure comprensibili. In questa azione, è evidente lo scontro tra diffusione digitale (inondare la rete con le proprie immagini, contattare ogni sito e pubblicizzarsi) e la vecchia diffusione analogica dei volantini. Suppongo di essere stato il primo al mondo ad aver diffuso un’immagine di street art imbucandola di persona nella posta di illustri sconosciuti. Tutto questo rientra nel mio modo di operare; è una sovversione, una provocazione, un disturbo alle nostre certezze visive e intellettive. In qualche modo è tutto falso. Come quando ho “creato l’inverno” con una bomboletta di schiuma da barba. Sono per genere sicuramente vicino ad altri artisti urbani ma chi sa cogliere queste peculiarità nel mio lavoro mi trova differente da tutti.