Carlo Schettino, titolare di Winedrops: “Prosegue la rassegna con cui vogliamo offrire la giusta visibilità a vitigni dalle grandi qualità e alle Cantine che li coltivano”.

Tre vitigni a bacca bianca, autoctoni del Veneto, Tai, Durella e Incrocio Manzoni 6.0.13, sono stati i protagonisti del secondo incontro del ciclo “Autoctoni a Milano” – “I bianchi della Serenissima” – ideato e organizzato da Winedrops, realtà specializzata nella ricerca e nella commercializzazione di vini provenienti da uve originarie delle varie regioni italiane.

Due vitigni sono stati presentati dalla Cantina Ornella Bellia, di Pramaggiore, in provincia di Venezia: il leggendario Manzoni bianco, incrocio di Riesling renano e Pinot bianco, a quasi cento anni dalla creazione da parte del grande agronomo veneto Luigi Manzoni, e il Tai, che, come un’araba fenice, è risorto dalle ceneri del Tocai (assumendo, in Veneto, questo nome) e sta vivendo una seconda, autonoma, giovinezza.

La terza uva è la Durella: bacca bianca coltivata fin dal 1700 (presentata dalla Cantina Fattori di Terrossa, in provincia di Verona), che origina il vino Durello e che si sta affermando come base ideale per Metodi Classici di grande … classe!

Avviata nel mese di maggio, la rassegna “Autoctoni a Milano” è finalizzata a fare, con cadenza mensile, conoscere i vitigni autoctoni di tutte le regioni d’Italia, che costituiscono il più raro e prezioso patrimonio della nostra vitivinicoltura.

Winedrops opera dal 2012, nel settore della distribuzione di vini, con l’innovativa formula del conto vendita, coinvolgendo a oggi circa 50 cantine di tutta Italia con prodotti autoctoni e con una rete di altrettanti clienti professionisti della ristorazione su Milano. Oggi Winedrops ha una logistica in prossimità di Milano e raggiunge i propri Clienti entro 48h. Obiettivo di Winedrops è soprattutto quello di riuscire a offrire ai propri Clienti-Operatori, vini indigeni monovarietali.

ORNELLA BELLÌA
La storia della Cantina Ornella Bellia si sviluppa a partire dal 1951 attraverso tre generazioni, che hanno espresso la propria passione in un territorio vocato all’eccellenza e che hanno fatto della qualità la propria missione di vita. L’Azienda è situata a Pramaggiore, nel cuore dell’area “Lison Pramaggiore”, che oggi fa parte della nuova Doc “Venezia”.
Iniziando da 18 ettari condotti a mezzadria da Aurelio Bellia, la Cantina è stata poi guidata dal figlio Giovanni e ora dalla nipote Ornella, con oltre 33 ettari di proprietà uniti ad altrettanti ettari di selezionati e fidelizzati conferitori che puntualmente ricevono dagli agronomi ed enologi le corrette indicazioni sulle cure da apportare al vigneto e alle uve. Il vitigno Tai bianco
Il vitigno denominato “Tai” è l’erede, in Veneto, del glorioso Tocai, che da sempre viene tradizionalmente allevato tutto il Nord Est d’Italia. Dopo che, dal 2007, non è stato più possibile utilizzare il nome storico, in Friuli, quest’uva ha assunto il nome “Friulano”, in Lombardia “Tuchì” e in Veneto, per l’appunto, “Tai”. La rivoluzione ha coinvolto anche il Tai rosso, vitigno totalmente diverso dal punto di vista ampelografico, parente del francese Grenache e del sardo Cannonau.
La zona di produzione del Tai è situata prevalentemente nelle provincie di Padova (Colli Euganei), Treviso (Riviera del Piave) e Venezia, dove il vino assume il nome del territorio: Lison Pramaggiore.
A volte però, come in questo tuttavia, i mali non vengono per nuocere. Le nuove differenziate denominazioni, infatti, consentono di evidenziare maggiormente le tipicità assunte dal vitigno nelle diverse condizioni di allevamento. In Veneto, ma anche in tutte le zone di produzione, si è quindi accentuato l’interesse verso questo vitigno dalla personalità così marcata, sia per l’aroma seducente che per una beva entusiasmante.
Dal punto di vista organolettico, il Tai da un vino bianco elegante di colore giallo paglierino che, al naso, presenta aromi floreali, un ricordo di frutta a polpa bianca e soprattutto una delicata nota di mandorla amara, tipica della varietà. In bocca è deciso, sapido e di buon corpo. Compagno ideale per piatti di pesce, primi e secondi, è ottimo anche con i salumi.
Il vitigno Incrocio Manzoni 6.0.13 (Manzoni bianco)
La nascita del vitigno Manzoni Bianco, o Incrocio Manzoni 6.0.13, è frutto dell’interesse che si diffuse in Europa all’inizio del secolo scorso per il miglioramento genetico della vite, come possibile soluzione alle malattie (fillossera, oidio) che in quel periodo infestarono i vigneti di tutto il continente.
In Italia, la sperimentazione fu iniziata nel 1924 dal professore veneto Luigi Manzoni, in accordo con l’illustre agronomo piemontese Giovanni Dalmasso, con l’obiettivo di ricercare una varietà a bacca bianca e una nera da affiancare a quelle tradizionali allora coltivate.
Risultato delle ricerche fu l’Incrocio Manzoni 6.0.13, risultato appunto dell’incrocio tra Riesling renano e Pinot bianco. Considerato un vitigno autoctono della provincia di Treviso, oggi è allevato anche in numerose parti d’Italia.
Il Manzoni Bianco si adatta ottimamente a climi e terreni anche molto diversi tra loro, anche se si fanno preferire i terreni collinari, non compatti, profondi e freschi.
Il grappolo è di dimensioni ridotte e mediamente compatto. L’acino è piccolo e di colore giallo-verde, la buccia è spessa e ha un gusto aromatico. Il vino che si ottiene è di grande finezza, equilibrio ed eleganza, buon corpo, discreta gradazione e acidità.

FATTORI
L’Azienda è stata fondata all’inizio del secolo scorso, quando Antonio Fattori, iniziò a piantare viti nelle colline di Terrossa, in provincia di Verona.
Oggi la cantina è guidata dalla terza generazione, il nipote, anche lui Antonio, che a partire dagli anni Settanta ha adottato tecniche, strumenti e metodi sempre più aggiornati: nuovi vigneti o recupero di alcuni vecchissimi, contenitori in cemento, legno o acciaio, fermentazioni a temperature sempre più basse.
I vigneti si trovano tra i 150 e 450 metri di altezza: a ogni quota vitigni diversi per vini diversi, lavorati e condizionati in una cantina dove sistemi e metodi non invasivi hanno permesso di eliminare quasi totalmente l’uso della chimica.
Il vitigno Durella bianca
Il vino Durello, nelle sue versioni fermo e spumante, è ottenuto dalla vinificazione del vitigno Durella bianca, presente nella regione del veronese da tempi remotissimi. Il suo nome sembra derivare dalla resistenza dell’acino alle intemperie e alle alterazioni. In un passato ormai lontano, queste uve erano vinificate con la macerazione delle parti solide e per questo il vino si presentava dal colore molto intenso e dal gusto astringente; per la sua acidità, era utilizzato per incrementare il tenore acido di altri vini. Negli anni Sessanta del secolo scorso, si passò invece alla vinificazione “in bianco” (ossia facendo fermentare il succo d’uva separatamente dalle vinacce), ottenendo nettamente vini più gradevoli alla beva.
Allevato nella zona dei Monti Lessini, presenta grappoli compatti di dimensioni contenute, con acini ovoidali dal colore giallo verdastro. Il vino che se ne ottiene è di colore giallo paglierino, fruttato, fresco, dal gusto acidulo molto piacevole.
Proprio l’elevata acidità ne fa una base ideale per la produzione di spumanti, sia rifermentati in autoclave sia in bottiglia (metodo classico): bollicine in cui al naso si avvertono di volta in volta sia note agrumate (più o meno marcate, più o meno dolci), sia sentori più morbidi, di mela verde, mentre in bocca si percepiscono una mineralità molto persistente, con una crosta di pane appena accennata e un retrogusto amarognolo