Il corpo non esiste. Tiziana Contino e il suo “Nesso di Causalità

Il lavoro video di Tiziana Contino è la cristallizzazione in telecamera fissa di un legame inquietante tra gli accadimenti. Nesso di causalità è proprio la relazione, il rapporto che connette un atto o un fatto all’evento che vi deriva, secondo una prospettiva dinamica di volontarietà dell’actum di un “corpo in situazione” (U. Galimberti) che è l’unico vivo, di turbamento di una omeostasi.
Una linea di delimitazione, un altare, uno schermo dalla fragilità vitrea, una struttura ordinata e verticale di bicchieri vuoti costruita lentamente, metodicamente intorno ad un corpo. È l’intervento esterno, il concorso di complicità, imponderabile perché invisibile. Il delitto perfetto, l’assassino senza movente.
Il vetro sa essere il grado zero, sterile, della materia, fluido fisso, “lascia trasparire solo il segno del suo contenuto” (Baudrillard). Contiene il vuoto.
Poi il corpo-femmina raccolto, immoto, concentrato, teso,“ privo di identità sociale; il volto dell’individuo è scomparso, rimane un corpo generico, bendato (…) il corpo diventa simbolo di una rivolta di sottrazione” (Galimberti). Escluso lo sguardo, bendato il corpo come una ferita. L’artista sembra sottrarre l’identità per lasciare il gesto, l’atto volontario che porta tuttavia con sé una carica di incontrollabilità delle conseguenze. È un corpo che manifesta sé stesso, si porta ad esistenza. La condanna è l’inafferrabilità, l’imperscrutabilità misteriosa di altri atti concorrenti.
Resta la deflagrazione, l’atto traumatico e disintegrante, definitivo, la dispersione delle energie in una esplosione che lascia una alterazione della realtà in frammenti sparsi. Acuminati e baluginanti. Come lame. Solve et coagula.

Parlaci della tua performance. Come nasce “Nesso di Causalità”?
Il progetto presentato presso l’Atelier Giorgi di Torino per una collaborazione con Sponge ArteContemporanea e Alviani ArtSpace durante le giornate di Artissima è una riflessione sulla teoria del caos. Questo prende spunto da un’espressione usata in linguaggio giuridico per descrivere la relazione che si crea fra un fatto e l’evento che ne consegue. La mia riflessione parte dalla concatenazione di eventi che, una volta innescati da un gesto iniziale, causano effetti imprevedibili ma soprattutto inevitabili nella realtà che ci circonda, spesso invadendo la vita altrui in modo profondo e irreversibile. Ciò richiama immediatamente alla nostra mente il “principio di libertà” che potremmo sintetizzare con la celebre frase di Martin Luther King: “La mia libertà finisce dove comincia la vostra”. Che valore ha dunque la semiotica del gesto nel momento in cui ogni effetto diventa imponderabile?

Nella performance il messaggio dell’esplosione interiore che infrange i muri costruiti dalla società è molto forte. Quanti muri hai dovuto infrangere nella tua carriera?
Come si evidenzia dalla documentazione del processo performativo, vi è prima una lunga e lenta costruzione della colonna di vetri (il fato, la società, la struttura politica ed educativa) che, posta attorno all’individuo, lo comprime e lo ingabbia creando un’impossibilità di movimento, una mancata azione, dunque un’espressione del sé arginata. I muri trasparenti socio-politici, simili a quello prodotto durante la performance, sono certamente molti nella carriera di ciascuno, ma essendo anche molto fragili (vitrei) possono essere abbattuti con forte impegno e volontà. La mia personale esperienza mi ha portata a dover lottare per esprimermi con il gesto-segno, che spesso è relegato all’ambito teatrale o ritenuto effimero per la sua natura cronologicamente limitata all’azione, mal considerando che la documentazione diventa strumento fondamentale di fissazione del processo.

Le tue opere nascono da un studio personale o dal confronto con altri artisti o collaboratori?
Solitamente amo creare collaborazioni spaziando dalle arti visive a quelle sonore. In questo caso specifico il mio lavoro è stato condiviso con l’artista Bruno Cerasi, che ha realizzato la performance insieme a me costruendo il muro di bicchieri, edificato nella precedente versione dall’artista Lidia Tropea. Il mio lavoro personale si sviluppa sotto l’influenza dei filosofi Gilles Deleuze e Felix Guattari. In particolare i miei studi si articolano tra i concetti di “nomadismo del pensiero” e “deterritorializzazione” visti come un’analisi dell’uomo e del mondo in cui vive e con cui si relaziona. Sono da sempre orientata all’utilizzo di performance di interazione col pubblico per mezzo di un approccio di tipo socio-antropologico. In par¬ticolare mi interessa provare a sovvertire abitudini, staticizzate senza un preciso motivo, innescando dei meccanismi di apertura psicofisica verso l’esterno, l’altro. Alle performance associo spesso foto, video, installazione e suono creando ambienti immersivi e sinestetici. Alcuni dei temi sviluppati nelle mie opere sono la delocalizzazione economico geografica e la mancanza di fiducia nel “altro da sé”. Porto avanti diverse tesi sullo stato attuale del ruolo del performer, fra cui: il recupero di contatto fisico fra esseri viventi e della rarefazione materiale della percezione della realtà fisica ad opera del digital display. Le mie attuali ricerche vertono sul concetto di imitazione e partecipazione come forme di apprendimento e condivisione semiotica, come costruzioni di luoghi.

Quali saranno le prossime tappe della tua performance o di altri altri progetti?
R: La prossima tappa di “Nesso di causalità” sarà un’evoluzione del progetto stesso, che prenderà un taglio maggiormente partecipativo rispetto al pubblico e sarà presentato a cura della direttrice dell’Alviani ArtSpace, Lucia Zappacosta. Fra i prossimi eventi che daranno spazio ad una mia partecipazione performativa segnalo “Corpo: Festival delle Arti Performative” organizzato dal Centro di Archiviazione e Promozione della Performing Art (CAPPA), a cura di Sibilla Panerai e Ivan D’Alberto. Il festival si terrà in Abruzzo il 23 e il 24 maggio 2015 con un’anteprima nei giorni di inaugurazione della Biennale a Venezia dal 7 al 9 dello stesso mese.

 Testo: Simonetta Angelini, Intevista: Giuseppe Poidimani, Fotografie: Alice Cerasi