Cuttuni e lamè. Trame streuse di una canta storie” è il disco di debutto in dialetto siciliano di Eleonora Bordonaro uscito lo scorso ottobre per Finisterre / Felmay e oggi rilanciato da Macramè. Un debutto sì, ma soprattutto il punto di arrivo e ripartenza di un percorso dalle innumerevoli esperienze e collaborazioni (Ambrogio Sparagna, Peppe Servillo, Michele Lobaccaro dei Radiodervish, Patrizio Trampetti). Un tragitto che negli anni ha racchiuso dentro la voce straordinaria e poliedrica di Eleonora (“Mi accendo quando canto, sento tutto e sono salva” canta in “Vuci) la ricerca sulle musiche e i testi antichi, la selezione su quelli contemporanei, l’attività di interprete e quella di cantautrice. Senza dimenticare il teatro, l’indagine sul suono e quella sull’identità femminile da un punto di vista psicanalitico e introspettivo, invece che sociologico o politico.

E’ tutto questo “Cuttuni e lamé” (“Cotone e lamé”): tredici canzoni fortemente espressive, carnali, laviche e marine; prodotte da Puccio Castrogiovanni dei Lautari, ospiti nel disco insieme ad Alfio Antico, Seby Burgio, Denis Marino, Mauro Cavallo (autore con Eleonora di “Tri Tri Tri”), Giuseppe Condorelli (che ha firmato “E poi ci su i paroli” con Castrogiovanni), e Mario Incudine (sua la melodia del “Lamento di Maria”). Un lavoro che riporta il mondo dei cantastorie fra brani della tradizione e canzoni autografe scritte in un siciliano raffinato e rappresentativo, recuperando in un episodio anche il Gallo-Italico di San Fratello, lingua misteriosissima portata dai Normanni sull’Isola con la sua mistura di dialetti del nord Italia, francese e lingua siciliana, patrimonio di pochissimi custodi gelosi e orgogliosi.

Dal primo all’ultimo brano “Cuttuni e lamé” è un viaggio vorticoso e viscerale fra molteplici suggestioni culturali. I “Canti Popolari Siciliani” raccolti e illustrati da Lionardo Vigo e le ricerche di Alan Lomax vengono rinnovati alla luce della poesia contemporanea e affiancati da musiche originali, mentre non mancano canzoni scritte da Eleonora Bordonaro come songwriter. Il suono è omogeneo e riconoscibile, non manca il fascino ipnotico di pezzi solo marranzano e voce, ma anche episodi che richiamano in modo deciso il manouche, il blues e il tango.

Il filo conduttore è uno sguardo curioso e divertito sulle donne, che come in un’inquadratura cinematografica passa da un campo lungo ad una soggettiva, da generale si fa sempre più intimo, vicino, personale, abbracciando pure l’intensità della passione amorosa e una spiritualità contadina, umana e simbolica. L’ironia sottende le scelte dei brani, ma è un’ironia appuntita, femminile, il marchio che accomuna le tredici tessere della tracklist, ciascuna a rappresentare un pezzo di personalità, un interesse, un gioco, un atteggiamento, una visione.

Di fondo un approccio interpretativo drammaturgico riadattato alle diverse scene di ogni canzone. La cadenza beffarda di “La tassa di li schetti”. La techno atavica di “Tri Tri Tri”. Una dolentissima ballata d’amore come “Lu cielu unni situ”, scritta per uno spettacolo di Mimmo Cuticchio. La seta d’archi e il solo voce dei due brani dedicati a Maria (“Lamento di Maria” e “Maria passa ppi na strata nova”). La messa in scena rabbiosa e altera dell’ancheggiante e waitsiana “‘A partita”. Una title-track piano e voce da grande cantautrice e osservatrice del mondo femminile. A chiudere “Ucch’e l’arma”, un approdo, anzi l’Approdo, profuso in un grido di gioia vibrante e ancestrale. “La fomna mias u Djavu n’to dijarò” si legge nel retrocopertina di “Cuttuni e lamé”. La Donna ha chiuso il Diavolo nella Brocca. E gli ha cantato la bellezza della terra e del cielo.